Quando io ho la febbre, divento davvero facilmente irritabile.
E per febbre intendo anche qualsiasi cosa al di sotto dei trentasette gradi di termometro, tipo raffreddore, mal di testa, mal di ossa, mal d’orecchi, mal di gola. Ecco, io con il mal di gola offro le mie migliori performance di insofferenza. Tipo che, dopo un po’, anche il divano su cui mi spalmo diventa insopportabile, e i cuscini mi danno fastidio, e la coperta è troppo calda o troppo fredda. E ho fame, ma non voglio mangiare perché mi fa male la gola ad inghiottire, e ho sete, ma la tazza è ustionante e so che dovrei bere qualcosa di caldo, ma tanto ho già preso due tachipirine e sicuramente faranno il loro lavoro meglio del the. A volte, un pisolo mi salva dallo zapping frenetico, perché ovviamente in TV non c’è nulla.
Voglio essere un orso. In una caverna. Al buio. Da solo.
Mi hanno raccontato che il fatto che l’uomo sopporti ben peggio rispetto alla donna i sintomi dell’influenza, è qualcosa di atavico. Ovvero, quando l’uomo della preistoria andava a caccia e si beccava l’influenza, era necessario che i sintomi della malattia, per quanto banali, fossero forti e spossanti, tanto da convincerlo di essere gravemente malato; così non usciva di casa ed evitava di rischiare davvero la sua vita per uscire a caccia, dove i suoi movimenti e le sue abilità sarebbero state rallentate per colpa dell’influenza. Effettivamente, anche io evito volentieri di andare a caccia di zebù quando ho la febbre.
Dicevamo che volevo essere un orso, al buio, ecc. Purtroppo, sembra che io non risulti così molesto allo sguardo altrui quando solo malato, ma che anzi gli occhi lucidi ed i capelli spettinati ed il muso imbronciato mi diano quell’aria indifesa che scatena l’istinto da crocerossina della mia donna. Diciamo che se anche voglio essere un orso, qualche carezza sul divano me la lascio fare ed accetto volentieri una minestrina di verdure. Perché anche gli chef mangiano le minestrine quando sono malati. Questa vellutata di zucca è un po’ la mia versione gourmet della minestrina, dedicata agli uomini rognosi con la febbre, che so che si farebbero addolcire e vellutare volentieri quando sono malati anche se brontolano perché gli cola il naso.

VELLUTATA DI ZUCCA, ZENZERO E AMARETTI
Dosi per 6 persone:
500g di zucca mantovana
100g di patate
Sedano, carota e 2 cipolle
Un pezzo di zenzero fresco
Qualche rametto di salvia, rosmarino e timo
Olio, sale e pepe
Un mazzetto di prezzemolo
12 amaretti

Iniziare scaldando una pentola piena d’acqua con sedano, carota e cipolla per fare un brodo vegetale. Tagliare una cipolla a brunoise (tritare la cipolla) e farla soffriggere con un filo d’olio; se dovesse scurirsi aggiungere un goccio di brodo per creare umidità e abbassare la temperatura. Aggiungere le patate tagliate sottili e faee stracuocere.
Portare il forno a 180° e infornare la zucca tagliata grossolanamente e privata dei semi (è possibile lasciare la buccia che verrà via più facilmente una volta cotta), cospargendola con un filo d’olio evo, due spicchi d’aglio e qualche rametto di salvia, rosmarino e timo. Lasciare cuocere circa 30 minuti.
Spegnere il forno e infornare le foglie di un mazzetto di prezzemolo. Lasciandole nel forno spento ancora caldo si asciugheranno senza cuocersi. Frullare le foglie disidratate per ottenere la polvere di prezzemolo.
Aggiungere la zucca e un pezzetto di zenzero (anche del peperoncino se vi piace) nella pentola con soffritto e patate e tostare il tutto a fiamma alta. Aggiungere il brodo fino a coprire. Frullare il tutto con il frullatore ad immersione aggiungendo olio a filo, sale e pepe.
Impiattare sbriciolando sulla vellutata un paio di amaretti e un pizzico di polvere di prezzemolo

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